Isola della Batteria: quando il fiume ridisegna la terra
Quella dell’Isola della Batteria, nel Delta del Po, è una storia che sembra appartenere all’immaginazione, tanto da essere stata definita “l’isola che non c’è”. Eppure, fino agli anni ’60 del secolo scorso, in località Pila di Rovigo, ospitava un’importante azienda agricola di oltre 200 ettari, vocata alla coltivazione del riso e capace di rappresentare un punto di riferimento e un’opportunità lavorativa per molti degli abitanti del posto.
Tutto cambiò radicalmente nel 1976, quando una mareggiata particolarmente violenta ruppe gli argini, facendo sprofondare l’intero villaggio sott’acqua, insieme ai suoi edifici in muratura, i cui resti sono ancora oggi visibili navigando intorno all’area. Questi ruderi aiutano a immaginare il passato dell’isola.
Natale Mantovan, pescatore che vive e lavora da sempre a Pila di Rovigo, si ferma con la sua imbarcazione per consentirci di osservare i dintorni. “In questo preciso istante siamo sopra un’aia dove veniva steso il riso, ma anche la piuma della canna, il famoso pennacchio per la costruzione di scope”, ci spiega, prima di illustrarci la funzione originaria dei resti degli edifici che vediamo più in lontananza.
C’è un’idrovora che serviva a tenere all’asciutto il territorio, delle postazioni militari risalenti alla Seconda guerra mondiale — da cui deriva il nome “Batteria” —, un magazzino in cui veniva riposto il riso, la casa del guardiano, un piccolo supermercato e persino una scuola fondata da una maestra, Cesarina Gobbi, che per alcuni anni accolse i figli dei braccianti della zona, garantendo loro almeno un’istruzione di base.
L’area del Delta del Po è sempre stata teatro di equilibri complessi tra le dinamiche del fiume e le attività umane. In particolare, l’intensa estrazione di metano avvenuta tra gli anni ’40 e l’inizio degli anni ’60 ha provocato un forte abbassamento del terreno, accelerando il processo naturale di subsidenza. I costi necessari per mantenere artificialmente asciutta l’area dell’Isola della Batteria aumentarono enormemente e così la valle fu prima convertita alla caccia e alla pesca, per poi essere definitivamente abbandonata.
Tuttavia, alla fine degli anni ’90, è successo qualcosa di straordinario. Come spiega Alvise Finotello, ricercatore del Dipartimento di Geoscienze ed esperto di dinamiche fluviali e sistemi deltizi, “una rottura arginale lungo il ramo di Po di Tramontana determinò un nuovo ingresso di acque fluviali all’interno di questa zona, favorendo il ripristino di dinamiche naturali che normalmente avvengono in assenza di arginature. Nel corso degli ultimi 30 anni, il fiume ha così ricominciato a fare ciò che ha sempre fatto nel corso dei secoli: depositare sedimenti e consentire la formazione di centinaia di migliaia di metri quadrati di nuove terre emerse”.
Il fiume, osserva Finotello, in pochi decenni è riuscito a compensare sia l’innalzamento del livello del mare sia l’abbassamento dei suoli dovuto alla subsidenza, arrivando a depositare spessori di sedimenti che in alcuni punti superano i due metri.
Allo studio di queste dinamiche si è dedicato il progetto NatResPoNΔ (Nature-based Solutions for building land and mitigating subsidencE), condotto dal Dipartimento di Geoscienze dell’Università degli Studi di Padova e dall’Istituto di Geoscienze e Georisorse del Consiglio Nazionale delle Ricerche, grazie a un finanziamento dell’Unione Europea nell’ambito dell’iniziativa Next Generation EU e del Ministero dell’Università e della Ricerca, attraverso il programma PNRR.
Grazie a un approccio multidisciplinare — che ha unito analisi sedimentologiche, rilievi topografici e batimetrici, telerilevamento e modellazione numerica avanzata — il progetto ha portato allo sviluppo di un modello idromorfodinamico capace di simulare cosa accade quando si riapre il collegamento tra il fiume e le proprie piane alluvionali, valutando scenari di diversione controllata dei sedimenti.
“L’obiettivo non è tornare indietro nel tempo, ma capire in modo quantitativo cosa succede quando si riattivano processi naturali che per decenni sono stati interrotti a causa della costruzione di arginature”, approfondisce Finotello, referente scientifico del progetto insieme a Valentina Rossi (IGG-CNR).
Un altro aspetto estremamente rilevante è il contributo che le nuove zone umide formatesi all’interno dell’Isola della Batteria possono offrire al contrasto del cambiamento climatico.
“Queste zone non accumulano solo sedimento di origine minerale, ovvero sabbie trasportate dal fiume, ma anche materia organica. Nonostante siano ambienti giovanissimi dal punto di vista della formazione, funzionano già come sistemi maturi e mostrano uno stock di carbonio comparabile a quello di zone umide costiere molto più antiche. Ciò significa che, oltre a costruire nuove terre emerse, questi ambienti sono in grado di sequestrare attivamente carbonio dall’atmosfera, aprendo nuove prospettive nella lotta al cambiamento climatico”, rileva Finotello.
Più che un luogo scomparso, l’Isola della Batteria è oggi la prova di come la natura, quando le viene restituito spazio, sia ancora capace di riscrivere il paesaggio, costruendo nuovi equilibri tra acqua e terra e offrendo, al tempo stesso, opportunità concrete per affrontare le sfide del presente.
Articolo scritto da Barbara Paknazar
Video e montaggio a cura di Barbara Paknazar
Riprese con drone a cura di Stefano Castelli

